Giordano Bruno si serve di Atteone

Ho bisogno di soffermarmi; voglio capire meglio. Nell’ultima opera della sua trilogia morale, De gl’eroici furori, Giordano Bruno inserisce un racconto violento della tradizione greca: la “Favola di Atteone” tratta dalle “Metamorfosi” di Ovidio.

Che significato gli attribuisce?

Reggia di Caserta‍La fontana di Diana e Atteone

Secondo il mito greco, Atteone è un eroe tebano, ammaestrato all’arte venatoria dal Centauro Chirone. Durante una battuta di caccia sul monte Citerone, sorprende Artemide-Diana senza vesti che fa il bagno in una grotta. La dea oltraggiata dalla sua impudenza, gli spruzza dell’acqua in viso, tramutandolo in cervo per impedirgli di raccontare l’accaduto. Sotto tali sembianze, i cani della sua muta non lo riconoscono e lo sbranano. Il significato è molto negativo: l’uomo viene punito per essersi collocato su un piano che non è il suo, in un posto troppo elevato. La sua ubris, ossia la sua tracotanza, gli costa la vita.

Nella seconda opera della sua trilogia morale, Spaccio della bestia trionfante, Giordano Bruno affronta il tema della caccia. Nel dialogo terzo, la definisce “una maestrale insania, una regia pazzia et uno imperial furore”. Per Giordano Bruno, il cacciatore è un carnefice che ammazza, scortica, squarta e sbudella una bestia selvaggia. Egli supera il boia in malvagità in quanto uccide per soddisfare la sua gola e non per eseguire una sentenza.

Nel De gl’eroici furori, la caccia abbandona l’accezione concreta di attività venatoria per elevarsi alla metafora; Giordano Bruno usa la parola in senso traslato per illustrare la sua speculazione filosofica. Riprende l’immagine di Platone che paragona la riflessione del filosofo a una “caccia all’essere”.

Il Nolano predilige la forma dialogica nelle sue opere in volgare; è uomo di teatro. I suoi dialoghi   pullulano di immagini che esplicitano il suo pensiero. Il mito di Atteone è inserito nella prima parte del De gl’eroici furori all’inizio del dialogo quarto, sotto forma di un sonetto:

Alle selve i mastini e i veltri slaccia 

il giovan Atteon, quand’il destino

gli drizz’il dubio et incauto camino,

di boscareccie fiere appo la traccia…

Sviluppando il tema di Atteone, Bruno mette in scena il suo panteismo. Per seguire il suo ragionamento, occorre conoscere il significato che attribuisce ai personaggi:

Chi è Atteone? Un filosofo animato dall’eroico furore.

Cos’è “l’eroico furore”? L’eros, l’amore platonico dove “furore” sta per “follia” e “eroico” si divide fra erotico e valoroso. È l’inestinguibile passione amorosa per la conoscenza, l’ardente desiderio mai   saziato di abbracciare la sapienza divina.

Chi è Diana? L’impronta divina nella natura.

Il cervo? La Verità assoluta: l’oggetto più in alto della ricerca filosofica.

I cani? I veltri e i mastini: due aspetti delle facoltà umane.

 -I veltri, più veloci, illustrano l’intelletto, la razionalità.

 -I mastini, più forti, simboleggiano la volontà.

Quali sono i presupposti del Nolano?

Dio è infinito mentre l’uomo è finito; una distanza incolmabile li separa. L’uomo è soltanto uno dei tanti dettagli finiti nell’infinito; non può toccare Dio e nemmeno guardarlo.  La nostra condizione di limitatezza, di “ombre profonde” (umbra profunda sumus) ci impedisce di accedere alla luce divina. In che modo allora è possibile avvicinarsi alla Verità o almeno per un attimo intravedere qualcosa dell’infinità? Tramite un mondo di immagini nelle quali si rispecchia la divinità. L’uomo può guardare Dio attraverso la grande immagine della natura.

Come si legge allora il mito greco trasposto in racconto filosofico?

Pochi riescono a scorgere il divino nella natura. Solo il numero ristretto degli Atteoni: “Pochissimi son quelli che s’abbattono al fonte de Diana”. Lanciatosi all’inseguimento del cervo, Atteone si trova trasformato nell’oggetto della sua caccia. L’eroico furioso rincorre con ardore la Verità che considera una preda al di fuori di sé e si rende conto di essere lui stesso la Verità che cercava, la preda che cacciava. La maggior parte dei cacciatori non insegue il cervo e si accontenta di cacciagione di minore valore. La moltitudine usa strumenti inadeguati che le impedisce di scorgere il divino nella natura. Così Giordano Bruno formula il suo pensiero nel dialogo secondo della seconda parte del Degl’eroici furori: “Molti rimagnono contenti de caccia de fiere selvatiche e meno illustri, e la massima parte non trova da comprendere avendo tese le reti al vento, e trovandosi le mani piene di mosche

Quando i cani lo sbranano, Atteone s’innalza, liberato dal suo involucro carnale, si protende oltre la sua finitezza. Attraverso uno sforzo estremo del suo corpo, una tensione al limite del punto di rottura, Bruno oltrepassa sé stesso e riesce a scorgere qualcosa di Dio.  Trova la divinità in sé stesso; capisce che lui, la natura e la divinità sono la stessa cosa.

Perché Giordano Bruno conia l’espressione “eroico furioso” e la oppone al termine “sapiente”? Il sapiente è temperato, mette in gioco soltanto la sua razionalità; l’eroico furioso ci aggiunge la passione e non teme di abbracciare le contraddizioni del mondo. Il sapiente si tiene a distanza dall’oggetto del suo studio, lo esamina con freddezza, rifiutando di farsi trascinare dalle emozioni: “Non è contento, né triste”. Il furioso s’immedesima nell’oggetto della sua ricerca, coinvolgendo il suo corpo nell’esperienza filosofica.  Il sapiente scruta il mondo per accumulare dei dati, classificarli e considerarli pacatamente. L’eroico furioso fa l’esperienza del mondo sulla sua pelle. Il coinvolgimento emotivo di cui non si sbarazza è sì, fonte di sofferenza ma gli fa oltrepassare i limiti del suo corpo finito ed espandersi all’infinito.

Il senso originario del mito greco di Atteone viene stravolto. Bruno ne capovolge il significato; la crudele storia del cacciatore diventato preda, assume un carattere positivo. Lo sforzo intenso per oltrepassare i propri limiti fisici conduce alla Verità sotto forma di un’illuminazione.  L’eroico furore non è una Virtù, è un Vizio perché come asserisce Tansillo nel dialogo secondo della prima parte Degl’eroici furori: “il vizio è là dove è la contrarietade; la contrarietade è massime là dove è l’estremo”. Bruno-Atteone, l’eroico furioso, non è un saggio bensì un folle. Il suo atteggiamento vizioso, la sua esperienza insana lo porta a intuire l’unità fra uomo-natura-Dio, l’immanenza di Dio.

                                                                           Joëlle   

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