Chi? Vivant Denon.

Dominique Vivant Denon

Un giorno, Napoleone Bonaparte apostrofò in modo alquanto singolare Charles Maurice deTalleyrand-Périgord (1754 – 1838): “Signore, non siete che della merda in una calza di seta!”;Dominique Vivant Denon (1747 – 1825) portava l’appellativo di “Occhio di Napoleone. Il primo era il “Diavolo zoppo”, l’acutissimo e scaltro ministro degli Esteri dell’imperatore; il secondo era il suo schietto e fidato ministro delle Arti. Oggi, il primo si gode il sole nella vetrina della Storia mentre il secondo sta aspettando un raggio di luce nel retrobottega. Una cosa però accomuna Talleyrand e Denon: la formidabile capacità di adattarsi. Nonostante i numerosi cambiamenti politici che hanno incontrato lungo la strada, si sono mantenuti in equilibrio e le loro teste, salde sulle spalle, non sono andate a rotolare nel catino della ghigliottina. Vivant Denon percorse senza inciampare lo spazio burrascoso compreso tra il regno di Luigi XV e quello di Carlo X.

Vivant, in italiano “Vivente”, lo era di nome e di fatto se consideriamo la sua vitalità, la sua vivacità di spirito e lo scorrere guizzante della sua esistenza. Egli si autodefiniva un “amatore professionale” e, un fervente amatore delle arti, lo era davvero! Nel suo opuscolo storico Notice historique sur Vivant Denon (1890) Anatole France dice di lui: “Assaporò con finezza tutti i piaceri dei sensi e dello spirito… Chiese alla vita tutto quello che può dare, senza mai chiederle l’impossibile” e paragona addirittura la sua vita a “una specie di capolavoro”. In effetti, Vivant Denon, personaggio proteiforme dal destino eccezionale, sarebbe degno di figurare in un museo. E se un legame ci fosse tra lui e l’ambiente museale? Al Musée du Louvre il suo nome contraddistingue una delle tre direzioni proposte al visitatore. Sotto la grande Pyramide di vetro e acciaio, progettata dall’architetto cinese leoh Ming Pei, che dà accesso al museo, ecco aprirsi a destra dell’atrio Hall Napoléon, l’Ala Denon, ala indubbiamente più frequentata delle altre due, quelle di Sully e di Richelieu, giacché ospita La Gioconda.Anticipiamo che Museo del Louvre, Piramide, Napoleone e La Gioconda sono parole adese alla vita di Denon… Ma basta indugiare! Andiamo ora a conoscere da vicino quest’uomo poliedrico.

Da Luigi XV a Carlo X

Vivant Denon nacque il 4 gennaio 1747 a Chalon-sur-Saône in Borgogna. A 17 anni salì a Parigi in compagnia del suo precettore digionese, l’abate Buisson, con l’obiettivo dichiarato di studiare Legge. In verità abbandonò presto la Facoltà di Diritto; la sua naturale propensione a disegnare lo spinse a frequentare la Scuola del pittore e incisore Noël Hallé.

La Pompadour

Per l’interessamento del suo amico compositore Jean-Benjamin de La Borde, favorito di Luigi XV, gli fu dato il compito di sistemare il gabinetto di gemme incise e medaglie lasciato in eredità al re da Madame de Pompadour. A 21 anni, il 10 maggio 1768, fu nominato “gentiluomo ordinario del Re”. Il 16 gennaio 1773 ottenne da Luigi XV un “brevetto” che l’autorizzava a viaggiare in Russia per tre anni. Arrivato il 2 marzo 1773 a San Petersburg, ci rimase quindici mesi. Da settembre 1773 a maggio 1774 occupò un posto di “gentiluomo d’ambasciata”; a giugno 1774 fu espulso su ordine di Caterina la Grande per aver tentato di liberare un’attrice accusata di spionaggio. Nel 1775il conte Charles Gravier de Vergennes,borgognone anch’egli e ministro degli Esteri di Luigi XVI, gli affidò una missione segreta in Svizzera. Nel 1778 si ritrovò a capitanare un viaggio nel Sud Italia su richiesta dell’abate de Saint-Non che lo aveva ingaggiato e finanziava l’impresa. A questa avventura, oltre il suo erudito precettore Buisson che parlava fluentemente l’italiano, erano presenti l’incisore Claude Louis Châtelet e due architetti Louis Jean Desprez e Jean Augustin Renard. Partita da Marsiglia su una polacra, l’équipe giunse il 30 novembre 1777 a Napoli dove sostò alcuni mesi prima di avviarsi verso la Sicilia, attraversando la Puglia, la Basilicata e la Calabria. Dopo aver completato il giro della Sicilia e di Malta nel 1778, Denon fece ritorno a Napoli passando per la Calabria; si stabilì nella città partenopea dapprima come “consigliere d’ambasciata” dal 1779 al 1782, poi come “incaricato d’affari” fino all’agosto 1785, data che sembra segnare l’epilogo della sua, tutto sommato, mediocre “carriera” diplomatica. Nel 1787 entrò a Parigi all’Accademia reale di Pittura e di Scultura in qualità di incisore o più esattamente, come “artista di diversi talenti”.

David

Allo scoppio della Rivoluzione francese era a Venezia; si era insediato nella Serenissima nell’autunno 1788. Dopo l’espulsione da Venezia il 14 luglio 1793 e il soggiorno di tre mesi a Firenze, a dicembre passando dalla Svizzera fece ritorno a Parigi in pieno Regime del Terrore. Grazie all’intervento del suo amico pittore Jacques Louis David, allora membro del Comitato di Sicurezza Generale, ottenne un “certificato di buon repubblicano” e fu promosso “incisore nazionale”. Nel 1794 in seguito alla cancellazione del suo nome dalla lista nera degli Emigrati poté recuperare i suoi beni confiscati, fra i quali le vigne di Givry e Bourgneuf a cui teneva tanto.

Tramite Joséphine de Beauharnais, diventata amica e sostenitrice, conobbe Bonaparte  e gli fu permesso, nonostante i suoi 51 anni, di partecipare alla spedizione in Egitto: entrò a far parte del gruppo di 167 “savants” della Commissione delle scienze e delle arti che affiancava i 10.000 marinai e i 35.000 soldati dell’operazione militare. Salpò dunque con la flotta del giovane generale corso a Tolone il 19 maggio 1798 e calpestò il suolo di Alessandria il 2 luglio 1798. Trascorse tredici mesi nell’antico regno dei faraoni spostandosi tra il Basso e l’Alto Egitto. Fu rimpatriato il 23 agosto 1799 insieme a Monge e Berthollet, altri due membri della Commissione: salì su una delle due fregate che assicurarono il ritorno del Generale in Francia. Da Bonaparte, fattosi Premier Consul con il colpo di Stato del 18 brumaire (9 e 10 novembre 1799), ricevette il 19 novembre 1802 la carica di “direttore generale dei musei”. A contare da questa data e durante tutto il Premier Empire (dal 18 maggio 1804 al 2 aprile 1814) sviluppò e trasformò all’interno del vecchio palazzo del Louvre, l’embrionario “Musée central des arts” già inaugurato e aperto gratuitamente al pubblico sotto la Convenzione nel 1793. Ne divenne il primo direttore; lo ribattezzò “Musée Napoléon” nel 1803 e lo amministrò fino all’autunno 1815. In precedenza, la gestione era collettiva e spettava a una commissione di artisti.

Nella lettera datata 25 messidoro anno XI (estate 1803) in cui informa il Primo Console dell’arrivo, al Museo centrale delle arti, dell’ellenistica scultura marmorea Venere dei Medici strappata alla Tribuna degli Uffizi, Denon scrive: “C’è un fregio sulla porta che aspetta un’iscrizione; credo che Museo Napoleone sia l’unica ad essere appropriata…È impensabile che il vostro nome non sia legato a un così grande beneficio, a una gloria così grande per la nazione…”

Il suo ruolo includeva molteplici attività. Commissionava opere agli artisti, ad uso sempre più propagandistico col passare degli anni, e ne valutava le retribuzioni: basti pensare al Bonaparte visita gli appestati di Jaffa (1804) commissionato al pittore Antoine-Jean Gros, alla collana della Legion d’Onore commissionata all’orafo Martin-Guillaume Biennais, alla Colonna Vendôme (1806), ai bassorilievi dell’Arco di Trionfo del Carrousel (1807-1809), a tutte le medaglie commemorative delle campagne e del regno di Napoleone… Sceglieva i custodi-installatori. Al museo del Louvre, oltre al lavoro di riorganizzazione e di ampiamento delle collezioni, dovette affrontare problemi pratici relativi al riscaldamento, all’illuminazione, ai rischi d’incendio e addirittura al puzzo delle latrine. Organizzava i salons biennali e la ripartizione dei quadri nei vari musei e gallerie dello Stato. Vigilava sul trasporto delle opere d’arte. Dopo dicembre 1804 si vide estendere l’orizzonte dei suoi compiti: la sovrintendenza delle Manifatture di Sèvres e dei Gobelins, della Monnaie des médailles. Lavoratore instancabile, si spostava dapertutto ma non era comunque in grado di essere presente ovunque: si appoggiava a un gruppo di collaboratori. Dal suo ufficio del Louvre impartiva ordini, dispensava consigli, ragguagliava Napoleone, tramite una folta corrispondenza. Le oltre cinquemila lettre amministrative ritrovate danno un’idea della mole di lavoro che gli incombeva.

‍ ‍Stendhal

Nell’autunno 1810 accettò con piacere l’aiuto del giovane auditeur au Conseil d’Etat (uditore) Henry Beyle - alias Stendhal - dopo che l’intendente generale, Pierre Daru, gli aveva chiesto l’inventario delle opere conservate nei vari palazzi e musei imperiali. I due si conoscevano per essersi già incontrati nel 1806 e 1809 e si stimavano. Stendhal lodò sempre la lealtà e le competenze de “l’aimable (affabile) Monsieur Denon”. Le ore passate al Louvre furono fruttuose: difatti, Histoire de la peinture en Italie / Storia della pittura in Italia pubblicato nel 1817 sotto le iniziali M.B.A.A. (Monsieur Beyle Ancien Auditeur) cominciò a germogliare nel 1811, a contatto con le pareti ben guarnite del Museo Napoléon.

Benché nel 1814 Luigi XVIII lo avesse confermato nelle sue funzioni di direttore del Museo del Louvre, il 3 ottobre 1815 Denon gli comunicò via posta le sue dimissioni: “Sire, mon âge avancé, ma santé dérangée me commandent le repos. J’ose donc le demander à votre Majesté. / Altezza, la vecchiaia e una salute precaria mi chiedono il riposo. Oso dunque sollecitare Sua Maestàdi accordarmelo”. Trascorse sereno e privo di risentimento gli ultimi dieci anni della sua esistenza. Il 10 ottobre 1815 si ritirò a vita privata in un appartamento ubicato 7 Quai Voltaire, sulla riva sinistra della Senna.

Di fronte, sul lato opposto del fiume, si ergeva il Musée Napoléon e poco distante, una passerella pedonale, le Pont des Arts, faceva rimbalzare sull’acqua le sue nove arcate di ghisa, collegando le due sponde. All’ex direttore bastava un soldo per attraversare la Senna ed andare a salutare, anche se con un velo di nostalgia, l’opera maestra della sua vita. Nonostante le menomazioni che gli erano state inflitte, lo scrigno parigino della pittura e della scultura rimaneva in cuor suo il “monumento dei monumenti”. Cessata l’attività officiale, si consacrò al disegno, all’incessante ampiamento e rinnovamento della sua collezione, nonché alla realizzazione di una “Storia delle arti”, illustrata solo con litografie accurate di oggetti della sua raccolta. Fece in tempo ad ultimare le litografie ma quando morì, il testo era assai lacunoso, per non dire appena abbozzato. Dopo la sua morte, Amaury-Duval, allievo di Ingres, s’impegnò a completare la parte scritta, aiutato dal ricordo delle sue “conversazioni istruttive” con l’amico Vivant. L’opera in quattro volumi fu pubblicata nel 1829 dal nipote, il generale Jean Brunet-Denon, sotto il titolo prolisso di “Monuments des arts du dessin chez les peuples tant anciens que modernes/Monumenti delle arti del disegno dai popoli sia antichi che moderni”. Al primo piano del palazzo di Quai Voltaire, le sei stanze dell’abitazione di Denon assomigliavano più a una caverna di Ali Baba che a una residenza. Le pareti erano tappezzate di quadri di notevole valore. Pianerottolo, terrazza, pavimento e mobili ospitavano in gran numero e in ordine sparso reperti rari, oggetti d’arte preziosi e insoliti ricordi. Alla sua collezione, Denon aveva apposto un marchio “Le crible et la fourmi/ Il crivello e la formica” con l’intento di simboleggiare due attività preponderanti della sua esistenza, cioè, il continuo vagliare, classificare e ordinare unito all’incessante raccogliere e immagazzinare. In casa sua o meglio, nel “Cabinet Denon”, egli, sempre affabile, accoglieva le illustri personalità del suo tempo venute a omaggiarlo, curiose di osservare la sua eterogenea e imponente raccolta e attratte dal brio della sua “visita guidata”. Nel 1816 Lady Morgan, dopo aver ammirato la collezione, notò nel suo diario: “un’ora della sua conversazione è più preziosa di tutta la sua raccolta”. La sera, Denon si recava di frequente nei salotti parigini, i quali si dimostravano onorati e divertiti della sua presenza. Morì all’età di 78 anni sotto il regno di Carlo X, monarca che era succeduto al fratello Luigi XVIII il 16 settembre 1824.

La sua uscita di scena è in linea con la sua esistenza al servizio dell’arte: il 27 aprile 1825 soccombé a un raffreddore contratto qualche giorno prima in una vendita all’asta di quadri. Fu sepolto il 30 aprile 1825 al cimitero del Père Lachaise. Sopra la sua tomba veglia una statua bronzea di Pierre Cartellier che lo raffigura con un volto dall’espressione bonaria e pensosa.

Collezionista e direttore del Louvre

A proposito della formazione del suo cabinet, Denon scrisse: “Né avec un goût décidé pour les arts, dès mon enfance, je leur ai voué un culte plutôt qu’une admiration / Nato con un gusto pronunciato per le arti, già dall’infanzia, le ho venerate più che ammirate”. Era un appassionato d’arte e un collezionista eclettico, bulimico. L’inventario della sua successione dimostra a che punto i suoi interessi spaziavano tra forme artistiche diversissime. Il primo tomo del catalogo della sua collezione stampato nel 1826 in occasione della vendita postuma dei suoi beni, lungo più di trecento pagine e ricco di 1390 numeri, evidenzia un accostamento disparato di pezzi appartenenti a varie epoche e di provenienze multiple: teste di mummie, piede di mummia, lacche giapponesi, bronzi romani, bronzi del Rinascimento, porcellane e teiere cinesi, statuette indiane e greche, lucerne, curiosità naturali, sarcofagi, bassorilievi, mummie intere, busto marmoreo di Napoleone eseguito da Canova, busto di Canova, pugnali arabi e indiani, manufatti precolombiani, vasi greci, gatti imbalsamati, papiri, medaglie, amuleti, strumenti musicali…

Fra di essi spunta nel cuore del catalogo, registrato al numero 646, un reliquario rinascimentale a forma di esagono irregolare le cui due facce principali sono suddivise in sei scomparti. Dietro le finestrelle delle piccole nicchie lo sguardo cattura frammenti di ossa di Eloisa e Abelardo (presi nella loro tomba al monastero del Paracleto), parte dei baffi di Enrico IV, frammenti di ossa di La Fontaine e di Molière, mezzo dente di Voltaire, capelli di Agnès Sorel (inumata a Loches) e capelli d'Inés de Castro (seppellita nel monastero di Alcobaça), frammenti di ossa del Cid e di Jimena (prelevati da Denon stesso nella sepoltura di Burgos), lembo insanguinato di una camicia di Napoleone, capelli del generale Desaix (diventato caro amico di Denon durante la spedizione in Egitto e morto due anni dopo, il 14 giugno 1800, nella battaglia di Marengo)… Qui la reliquia laicizzata sostituisce la reliquia religiosa legata al culto dei santi. Il feticismo di Denon può far sorridere ma al contempo intenerisce: dimostra il suo attaccamento sentimentale a personaggi del passato che lo hanno marcato.

Lungo la sua esistenza Vivant raccolse senza sosta opere d’arte che inventariò e schedò con pazienza.  Non lo fece solo a livello privato dando corpo al Cabinet Denon, lo fece anzitutto al livello nazionale dando corpo al Musée du Louvre (chiamato in partenza Musée Napoléon) e volendo creare “il più bel museo dell’universo”. Gli ingenti “prelievi” che effettuò al seguito di Napoleone nei paesi via via conquistati dall’imperatore gli valsero i soprannomi di “aigle rapace” e di “huissier-priseur”. Dagli Stati tedeschi, dall’Austria, dagli attuali Belgio e Paesi Bassi, dalla Spagna, dai territori italiani confluivano a Parigi opere d’arte che aveva lui stesso individuato in situ e giudicato degne di fare parte del “monument des monuments”, espressione che usava per definire il Museo del Louvre. Voleva esporre nello scrigno parigino gli elementi più belli e rappresentativi della produzione artistica contenuta nei musei e nei palazzi europei; voleva far sì che il suo Museo Napoleone diventasse uno spazio internazionale; un luogo stupendo e impareggiabile in grado di mettere il visitatore a contatto con la quintessenza dell’Arte e di fargli percepire l’evoluzione della pittura e della scultura. A tale scopo scelse di ordinare le opere secondo le Scuole (es: francese; fiamminga; italiana; spagnola…) e in successione cronologica (es: prima Clouet; più in là Poussin; ancora più avanti Watteau). La riunione nella medesima sala di diverse opere dello stesso pittore offriva l’opportunità di afferrare lo stile dell’artista e di percepirne l’evoluzione pittorica (es: un Rafaello del primo periodo esposto vicino a un Rafaello del secondo periodo...). Denon mise in pratica delle idee che già circolavano in Francia e in altri paesi europei riguardanti nuove modalità espositive ma che non si erano ancora concretizzate.

S’impuntò perché La Gioconda tornasse al Louvre. In che senso, se il quadro era entrato a far parte delle collezioni il 31 luglio 1797, cioè, cinque anni prima della sua nomina alla direzione del museo? Eh già, la storia è rocambolesca; merita una sosta. Appuriamo che l’iconica figura di Monna Lisa non è stata rubata da Napoleone come erroneamente ancora oggi molti credono, come lo pensava anche l’imbianchino varesotto Vincenzo Peruggia che la trafugò il 21 agosto 1911 con l’idea patriottica di restituirla all’Italia. Lisa Gherardini aveva emigrato in Francia insieme al suo illustre dipintore nel 1516. Difatti, quando Leonardo da Vinci sessantaquattrenne varcò le Alpi a dorso di mulo per onorare l’invito di François Premier portava con sé i suoi tre ultimi dipinti: Sant'Anna con la Vergine e il Bambino; La Gioconda; San Giovanni Battista. Nel 1518 il monarca francese che ospitava il suo “Primo pittore, ingegnere e architetto” ad Amboise, innamorato del ritratto di Mona Lisa, lo acquistò dalle mani del Salaì (Gian Giacomo Caprotti) l’allievo prediletto di Leonardo. Comunque, la signora fiorentina dal sorriso enigmatico non si stabilì definitivamente in Turenna; si spostò al castello di Fontainebleau, poi da Fontainebleau alla reggia di Versailles, e durante la Rivoluzione, da Versailles al neo-museo del Louvre. Ordunque, nel 1797, la sua dimora era il Museo centrale delle arti. Siamo alla casella di partenza: se stava al Louvre, perché mai ci sarebbe dovuta tornare? Ecco il punto: La piccola tavola di pioppo di 79,2 x 53,4 cm stregava. Come era piaciuta a Francesco I, Monna Lisa piacque a Napoleone Bonaparte: nel 1800 il Primo Console se la portò senza remore al Palazzo delle Tuileries, la sua residenza del momento e la fece appendere nella stanza da letto della moglie Joséphine. Tuttavia, nel 1804 Denon ottenne dall’imperatore che riconsegnasse l’affascinante dipinto al museo; lo collocò nella Grande Galleria. La Gioconda sorride costatando che ha passato quattro anni sopra il letto nuziale dei coniugi Bonaparte come se fosse una madonna pagana e due anni al buio in una valigia sotto il letto dell’ingenuo imbianchino Peruggia come se fosse una vecchia camicia. Si meraviglia che ora, sotto la Cour Carrée, le stiano preparando per il 2031 uno spazio sotterraneo tutto suo come se fosse una divinità. Adesso le viene pur da ridere tanto è buffo il paradosso: “Ma guarda te! Mi toccherà andare sottoterra perché un maggior numero di persone mi possa vedere!”

Notiamo che il museo del Louvre costituiva un luogo di formazione, una specie di Giardino di San Marco, dove gli artisti avevano la possibilità di esercitarsi a copiare opere di grandi maestri dal lunedì al venerdì. Sabato e domenica erano i giorni riservati alle visite del vasto pubblico. La concentrazione di opere d’arte maggiori che giungevano da tutta Europa diede vita a un discorso scientifico-storico e di conseguenza, a uno strumento educativo essenziale: il catalogo. Dal 1804 l’editore e incisore Antoine-Michel Filhol iniziò a divulgare a puntate Galerie du Musée Napoléon,

un testo spiegativo, illustrato da incisioni minuziose, che si soffermava su ogni pezzo esposto. Nel museo ci si poteva aggirare con consapevolezza procurandosi al modico costo di 1,50 franco dei fascicoli in formato tascabile contenenti descrizioni accurate delle opere, le cosiddette “notices” vendute dalle mogli dei custodi. L’attento studio degli oggetti in mostra ebbe un effetto benefico: condusse al restauro e alla rivalutazione di alcuni di essi, mal curati e rimasti a mezzombra nel paese di provenienza.

La disfatta di Waterloo che il 18 giugno 1815 segnò la caduta definitiva dell’impero napoleonico, fu anche il crollo del sogno di Denon, lo sgretolamento della sua costruzione. Conobbe il dolore di dover procedere alla restituzione delle opere d’arte al loro paese di origine: “Era stato necessario vincere l’Europa per formare questo trofeo; è stato necessario che l’Europa si coalizzasse per distruggerlo.”

È significativo pensare che senza l’epopea dei Cento giorni, il museo sarebbe restato quasi intatto tanto erano grandi la forza di convincimento e la destrezza del suo direttore. Dopo l’ascesa al trono di Luigi XVIII a seguito dell’abdicazione di Napoleone il 6 aprile 1814, Vivant Denon coinvolse nella visita del suo museo non solo i soldati e i capi della Sesta Coalizione che occupavano Parigi ma anche gli stranieri di soggiorno nella capitale: voleva che tutti apprezzassero la bellezza e completezza del museo e ne riconoscessero il carattere universale. A metà aprile il re Borbone appena salito al trono strinse un patto orale segreto con i sovrani vincitori: in parole spicciole, andavano resi soltanto i quadri e le statue non ancora presentati al pubblico. Denon giocò d’astuzia. Forte dell’accordo raggiunto, il 25 luglio 1814 organizzò nel grande Salone una mostra rilevante di dipinti tedeschi, spagnoli e italiani finallora mai appesi alle pareti del Louvre; aveva così trovato il verso di sottrarre questi dipinti al gruppo delle opere da restituire. Comunque, i commissari dei paesi richiedenti ottennero ben poco di ciò che erano in diritto di riportare a casa; Denon oppose una resistenza passiva, inventò delle scuse per eludere le legittime richieste. Nel 1815, le cose cambiarono drasticamente: il tentativo fallito di riconquista del potere da parte dell’imperatore decaduto fu rovinoso per il museo. L’episodio dei Cento giorni (20 marzo 1815 – 8 luglio 1815) ebbe ripercussioni disastrose: invalidò i precedenti arrangiamenti e fomentò la collera degli alleati che dopo la seconda abdicazione non tolleravano più di farsi imbrogliare e si rifiutavano di scendere a compromessi. Puntavano a castigare l’arroganza e la sfrontatezza di Napoleone e dei suoi sostenitori; pertanto, fu deciso lo smembramento immediato delle collezioni del Museo Napoleone (già ribattezzato Musée royal con l’arrivo di Luigi XVIII).

Wellington

Il duca di Wellington, vincitore di Waterloo, sentenziò: “Finché rimarranno queste opere, non mancheranno di alimentare nella nazione francese il ricordo delle conquiste passate e di intrattenere il suo spirito militare e la sua vanità.” Escludendo ogni tipo di mediazione diplomatica, prussiani e britannici architettarono un piano di recupero manu militari delle opere d’arte traslocate. Denon usò stratagemmi, cercò di mercanteggiare e di guadagnare tempo; per il suo comportamento ostruzionista fu anche minacciato d’imprigionamento. Comunque, i suoi sforzi furono perlopiù inutili. Dall’inizio di luglio 1815 fino a novembre 1815, le potenze alleate vennero a riprendersi con le armi in mano quasi tutte le opere che la Francia aveva loro portato via già a partire dal 1794 quando la Convenzione aveva iniziato ad appropriarsi oggetti d’arte fuori dalle frontiere francesi (colonne della Cappella Palatina di Aquisgrana, Agnello mistico di Van Eyck a Gand…) nel contesto delle guerre rivoluzionarie condotte dall’armata repubblicana. Per lasciare una traccia di ciò che considerava un atto di violenza nei confronti del suo museo, il direttore redasse un diario molto preciso nel quale narrava gli avvenimenti di cui fungeva da testimone pressoché impotente: “J’ai regardé comme un des devoirs les plus importants et le plus douloureux que j’aie à remplir de donner au public, à qui ce musée a si complètement appartenu, le journal fidèle et les détails les plus exacts des opérations qui ont amené son démembrement. / Ho valutato che uno dei miei doveri più importanti e il più doloroso da adempiere fosse quello di donare al pubblico, a cui questo museo è così fortemente appartenuto, il fedele resoconto e i dettagli più esatti delle operazioni che hanno portato al suo smembramento.

Amore a Venezia

Denon non era il tipo a lasciarsi sopraffare dagli eventi. Aveva sempre grinta per superare le difficoltà e fantasia per non farsi intrappolare dagli imprevisti; non si faceva scappare le opportunità. Non era neppure a corto di faccia tosta e di coraggio quando bisognava forzare il destino. Anche se la natura non gli aveva concesso la bellezza, aveva compensato regalandogli una salute di ferro e una gaiezza inalterabile. Vivant era piuttosto brutto ma stregava con il suo spirito e conquistava col suo modo allegro e garbato di comunicare. Trasmetteva a chi lo ascoltava, la sua passione per l’arte, il suo amore della vita. Piaceva alle donne e apprezzava la loro compagnia.

Con tali presupposti pare scontato che dovesse ammaliare la giovane Isabella Teotochi (Elisabetta Teotòchi nata a Corfù nel 1760), sposata al patrizio veneziano Carlo Antonio Marin, quando iniziò a frequentare il suo salotto letterario a Venezia. Tuttavia, lo scapolo impenitente che era, aveva sottovalutato la possibilità di essere a sua volta ammaliato. Elisabeth era bella, colta e brillante; più tardi, quando George Byron ebbe l’occasione di incontrarla, la equiparò a Madame de Staël. Denon non fece in tempo a scansare la freccia di Cupido. Era l’anno 1788: Isabella aveva ventott’anni; egli quarantuno. Fra loro si accese un amore-passione che la partenza forzata e precipitosa del galantuomo francese il 14 luglio 1793 non spense. Intrattennero un rapporto epistolare costante. La prima missiva che Vivant inviò a Isabella è datata 4 novembre 1788, a poco più di un mese dal suo arrivo a Venezia; l’ultima reca la data del 1 aprile 1825, mese della sua morte. Le trecentocinquanta lettere indirizzate a “Bettine”, custodite nei fondi delle biblioteche civiche di Verona e di Forlì, aprono il sipario sulla sfera privata di Vivant Denon e ci concedono informazioni di prima mano sulle sue attività; sembra però che numerose lettere del periodo 1817-1825 siano state perse.

L’ordine d’espulsione immediata dalla Serenissima il 14 luglio 1893 fu una mazzata: i due amanti si erano giurati di rimanere sempre uniti; Isabella, appena ottenuto l’annullamento del suo matrimonio, avrebbe dovuto sposare Vivant. Denon sostò tre mesi a Firenze nell’attesa di poter tornare ad abitare nella Città dei Dogi ma nonostante i tentativi di mediazione di alcuni suoi amici, il Consiglio dei Dieci fu irremovibile e mantenne contro di lui l'accusa di spionaggio e di attività sovversive legate agli ideali della Rivoluzione. Abbattuto, con la morte nell’anima, il francese imboccò la strada per Parigi. Nella Ville Lumière sottoposta al Regime del Terrore visse tempi difficili; confrontato all’impennata dei prezzi, al crollo degli assegnati e in assenza di rendite, sbarcò il lunario con la compravendita di opere d’arte.

Nessuna lettera da te. O cielo! Mi sento perso, sono al colmo dell’infelicità. Ah, amica mia, non conoscevo tutta l’ampiezza della mia miseria; è infinita, è insopportabile. Sono andato tre volte alla posta. Mi hanno preso per un pazzo; non si sono sbagliati. Non ho più testa. Dieci giorni in questo stato; o cielo, che ne sarà di me? Amica mia, amica mia non so più cosa implorare perché niente mi può salvare. Una lettera da te o la morte.” Per alleviare il dolore della separazione, Vivant andava a riprodurre capolavori al Museo centrale: chiese e ottenne un posto vicino a una finestra in modo da poter copiare più agevolmente alcuni dipinti. Al Louvre i custodi-installatori, oltre a sorvegliare, avevano il compito di staccare dalle pareti i quadri per metterli a disposizione degli artisti e di ricollocarli in seguito.

Nell’ottobre 1795, tre mesi dopo aver ottenuta la conferma dello scioglimento del vincolo matrimoniale con Carlo Antonio Marin, Isabella comunicò a Vivant l’intenzione che aveva di sposare il conte Giuseppe Albrizzi. Da Parigi Denon accusò il colpo: Amica cara, ciò che mi dici a proposito del Conte mi turba. Ci avevo spesso pensato ma sempre in modo molto vago… carissima amica se penso che tu possa raggiungere la felicità grazie a un’eccellente posizione sociale, grazie a una fortuna cospicua, grazie a un essere buono che ami, al quale non posso sostituirmi…se il Conte non avesse mezzi superiori ai miei, entrerei in competizione con lui, impiegherei tutto ciò che sta in mio potere per convincerti e anche per sedurti.” Il 29 marzo 1796 Isabella sposò l’Albrizzi con un matrimonio segreto, legittimato e ratificato il 1° novembre, lasciando Denon martoriato dai ricordi: “Sono Abelardo che risponde a Eloisa al convento … se provo un tormento, …è quello di volere considerare come un’illusione dei ricordi che sono sempre qui e che m’infuocano il sangue appena permetto loro di riaffacciarsi.”

In una lettera intravediamo la causa scatenante della partenza di Denon per L’Egitto: un imperativo economico. “J’avais des besoins, cela les fait cesser. / Avevo dei bisogni, questo li fa cessare.” Dello stesso tenore è l’affermazione: Dès que j’eus assuré le sort de ceux dont l’existence dépendait de la mienne, tranquille sur le passé, j’appartins tout à l’avenir. / Appena ebbi assicurato la sorte di quelli la cui esistenza dipendeva dalla mia, rasserenato sul passato, potei appartenere all’avvenire.

Messa a confronto, questa motivazione materiale dista parecchio da quella ideale dichiarata nell’introduzione del Viaggio nel Basso e Alto Egitto, vale a dire il risveglio improvviso di un vecchio desiderio assopito: J’avais toute ma vie désiré de faire le voyage d’Égypte ; mais le temps, qui use tout, avait usé aussi cette volonté. Lorsqu’il fut question de l’expédition qui devait nous rendre maîtres de cette contrée, la possibilité d’exécuter mon ancien projet en réveilla le désir. / Avevo da sempre desiderato compiere un viaggio in Egitto, ma il tempo che consuma tutto, aveva consumato anche questa volontà. Quando si parlò della spedizione che ci doveva rendere padroni di quel territorio, la possibilità di realizzare il mio vecchio progetto ne risvegliò il desiderio.

La missiva mandata qualche giorno prima dell’imbarco testimonia ancora una volta il forte legame con Isabella: “Tu n’avais jamais été aimée en Égypte, hé bien, c’est peut-être sur les pyramides que je vais graver ton nom. / Non eri mai stata amata in Egitto, e dunque, può darsi che inciderò il tuo nome sulle piramidi.”

Una lettera del 12 giugno 1803, destinata a tranquillizzare Isabella che si preoccupava di non ricevere più sue notizie, rende conto da come fosse oberato di lavoro. “Se ti amo? Cara Bettine mia, chiedilo al mio cuore, al mio spirito, alla mia abitudine che non potrebbe lasciarmi fare diversamente. Chiedilo ai miei amici, alla gente che conosco, all’universo ai quali decanto la tua amabilità e ai quali dico il mio attaccamento alla tua persona. Dopo questo, se mi domandi le ragioni del mio silenzio, non saprei risponderti altro che questo: ancora ieri ti volevo scrivere; un momento fa ti volevo scrivere, ieri e ancora un momento fa, ne sono stato impedito.

Una lettera del 6 novembre 1803 evidenzia il fascino che Napoleone esercitava su Denon. “Bonaparte ha usufruito di tutto il mio tempo. È raro poter amare molto i grandi uomini ma ti assicuro che più lo vedo, più lo amo. Sono felice che l’ultimo periodo della mia vita sia consacrato a un essere così eminente. È un astro ardente che mi ravviva l’anima; sono orgoglioso di sentirlo e di essere qualche volta da lui ascoltato. È l’unica infedeltà che ti abbia mai fatto.

Nell’arco della sua corrispondenza Vivant ricordò spesso a Bettine che il periodo trascorso a Venezia costituiva il tratto più bello della sua vita. Malgrado la distanza che li separava, i due amanti rimasero sempre uniti da un profondo affetto. Nel maggio 1817 Isabella intraprese il lungo viaggio verso Parigi in compagnia del figlio diciassettenne Giuseppino Albrizzi. Ovviamente, incontrò Vivant ma non fece in tempo a salutare Germaine de Staël che si spense a 51 anni il 14 luglio di quell’anno.

D’altro canto, le lettere che Isabella scriveva a Vivant restano introvabili; si pensa che Denon le abbia eliminate via via per non lasciare traccia dei pensieri intimi della donna del suo cuore. Mi piace invece immaginare un altro scenario: un giorno queste lettere sbucheranno fuori dal nascondiglio dove sono deposte e la voce d’Isabella si potrà finalmente fare sentire. Sappiamo che per la sua corrispondenza Isabella usava la lingua d’oltralpe; ne giustificava la scelta in modo assai personale: “La langue italienne exige un certain cérémonial qui n'est pas du tout propre à l'amitié, tandis que le français vous en dispense tout à fait. Cette raison que j'ai toujours crue bonne, quand j'ai écrit à mes amis, je la trouve d'autant plus excellente en vous écrivant que c'est précisément avec vous que je serais le plus embarrassé à soutenir la majesté de la langue italienne / La lingua italiana esige un certo rituale che non è affatto idoneo all’amicizia mentre il francese ve ne dispensa completamente. Questa ragione che mi è sempre parsa valida quando ho scritto ai miei amici, la trovo a fortiori confacente scrivendovi perché è per l’appunto con voi che sarei il più a disagio di sostenere l’eccellenza della lingua italiana.” Scelse per contro l’italiano nel redigere le sue opere letterarie. In Ritratti (1807), raccolta di descrizioni fisiche e morali di alcuni uomini illustri del suo tempo, si legge a proposito di Denon: “Smanioso fino all’eccesso d’istruirsi, avidissimo d’aumentare ogni dì più il già ricco tesoro delle sue cognizioni…con singolare, e forse unico esempio, fu egli sempre carissimo agli uomini, benché infinitamente il fosse alle donne.”

Disegno e scrittura

Per Vivant, il disegno era una maniera naturale di esprimersi e Isabella non mancò di sottolinearlo nel sesto capitolo di Ritratti a lui dedicato: “oltre all’amenità del conversare, la sua pronta matita, da cui non avviene, che si divida giammai, fa tosto tuo proprio qualunque oggetto, che troppo t’increscerebbe non vedere, che solo una volta.” Disegnava tutto ma provava particolare diletto a fissare sulla carta la faccia di quelli che incrociava, fossero amici, persone note o perfetti sconosciuti. Nella lettera a Isabella del 29 dicembre 1793 confida: “Di notte alla guardiola faccio i ritratti di tutti i miei compagni; perciò, molti chiedono di stare di guardia con me.” Nel 1794 un ritratto speciale giocò a suo favore. il Comitato di salute pubblica gli aveva commissionato quello di Louis Michel Lepeletier de Saint-Fargeau, un giovane nobile montagnardo (autore di un piano di educazione nazionale mai attuato). Maximilien Robespierre voleva ricordare il suo amico ferito a morte il 20 gennaio 1793 dalla spada di un realista esaltato (Lepeletier aveva votato per la morte di Luigi XVI). Denon realizzò il ritratto ispirandosi al dipinto di David Les derniers moments de Michel Lepeletier. Soddisfatto del risultato e visto che Lepeletier aveva radici borgognoni, gli venne voglia di offrire un’incisione di questo ritratto a Chalon e a Givry. Toccato dalla maniera con cui aveva raffigurato il “premier martyr de la Liberté”, il sindaco di Givry gli riconsegnò le vigne rimaste ancora sotto sequestro.

In Egitto la sua matita non si concesse un attimo di tregua; era in fibrillazione, sempre pronta a immortalare paesaggi e antiche vestigia, a fare lo schizzo di abitanti scorti il tempo di un incontro fugace (mendicante; barbiere; sheikh; fellah…). Nonostante un caldo asfissiante, Denon disegnava con ostinazione sotto il sole di piombo, spesso in piedi senza appoggio, a volte senza nemmeno scendere dal cavallo o dall’asino, noncurante dei pericoli. Matite, penne e calamaio si dividevano lo spazio della sua tasca a tracolla mentre sulle spalle la sua cartella portadisegni cresceva di volume giorno dopo giorno. Spinto da un’incontenibile curiosità e animato da un forte spirito d’avventura, si adeguava a continui e insicuri spostamenti nel deserto egiziano. L’eccitazione per la scoperta e la passione del disegno facevano arretrare la stanchezza e le sofferenze fisiche. Con quale sconcertante facilità era passato dall’atmosfera felpata e raffinata dei salotti alla scomodità del bivacco itinerante e alle privazioni! Anche nell’appartamento di Quai Voltaire, Vivant diede libero corso alla sua mania del ritratto: non rinunciò a catturare il viso di molte dame venute a trovarlo.

Nel 1769 la sua pièce giovanile in tre atti Julie, ou le Bon Père/Julie o il Buon Padre venne rappresentata dieci volte al prestigioso teatro “La Comédie Française” tra il 14 giugno e il 12 luglio. L’aveva scritta più che altro per compiacere a due amiche attrici e mettere in valore la loro presenza scenica. Fu un fiasco. L’insuccesso era meritato: i critici contemporanei sono unanimi nel considerare il suo drama borghese a lieto fine, zeppo di luoghi comuni e dotato di una forte carica soporifera. Dopo il suo tentativo infelice, Vivant non compose più niente per il teatro ma non per questo, smise di scrivere.

Nel 1788 uscì Voyage en Sicile/Viaggio in Sicilia, parte finale del diario che aveva scritto nel corso del 1778 mentre viaggiava in Sud Italia. Peregrinare in Italia meridionale non scaturì spontaneamente da un’iniziativa personale; fu la risposta a una richiesta dell’abate di Saint-Non che voleva mietere informazioni e disegni della regione in vista di pubblicare una relazione completa su un suo viaggio effettuato in quella zona anni prima, tra ottobre 1759 e settembre 1561. In veste di organizzatore, Denon aveva tracciato l’itinerario e guidato la piccola comitiva attraverso la Puglia, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e Malta. Nel taccuino dove trascriveva le sue impressioni, l’abate Buisson, membro della squadra, non omise di notare a più riprese il ragguardevole spirito di osservazione e la fervida curiosità per le arti del suo caro allievo.

Dal 1781 al 1786 Jean Claude Richard di Saint-Non fece stampare in cinque volumi la sua opera riccamente illustrata Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicile /Viaggio pittoresco o Descrizione dei Regni di Napoli e di Sicilia. Benché, per la redazione, avesse attinto a piene mani dallo scritto di Denon, non ebbe l’onestà intellettuale di menzionarlo con chiarezza. Assai deluso e indispettito, Vivant decise allora nel 1788 di pubblicare in modo indipendente la cronaca del suo viaggio in Sicilia e a Malta.

Nel 1802 il suo reportage illustrato della spedizione in Egitto, intitolato Voyage dans la Basse et la Haute Égypte pendant les campagnes du général Bonaparte‍ ‍Viaggio nel Basso e Alto Egitto e dedicato a Bonaparte, fu pubblicato in due volumi in-folio (grande formato): l’uno composto di 208 pagine di testo, l’altro di 141 tavole. La sua descrizione delle battaglie, delle scoperte archeologiche, degli usi e costumi della popolazione è assai “vivente” giacché lascia filtrare le sue emozioni e la sua sensibilità. I suoi disegni svelano luoghi e monumenti finallora sconosciuti agli occidentali, mai rappresentati prima. Siamo nel 1798. Dopo aver accompagnato il generale Menou nel delta, a settembre Vivant raggiunse Bonaparte al Cairo. L’escursione alle piramidi di Ghise e alla Sfinge, le 500 mummie della camera sepolcrale di Saqqara non bastavano a soddisfare il suo appetito di conoscenza dell’antico Egitto; gli sembrava di vegetare: “J’étais fort bien au Caire; mais ce n’était pas pour être bien au Caire que j’étais sorti de Paris… / Stavo benissimo al Cairo, ma non era per star bene al Cairo che avevo lasciato Parigi…”

Ad ottobre gli fu permesso di seguire il convoglio che doveva raggiungere in Alto Egitto il generale Dessaix lanciatosi all’inseguimento del capo mamelucco Murad Bey. Era al colmo del giubilo: “Ero sul punto di vedere per primo e di vedere senza pregiudizi; stavo per calpestare una terra coperta da sempre dal velo del mistero e chiusa da 2000 anni a qualsiasi europeo.” Di fronte al portico di Hermopolis le sue convinzioni greco-centriche vacillarono: “Sono gli egizi ad aver inventato e perfezionato un’arte così grande e così bella? È difficile rispondere; ma dal primo istante che mi è apparso questo edificio non ho più dubbio sul fatto che i greci non hanno inventato e fatto niente di maggiore.” A Denderah andò letteralmente in estasi: “…sotto il portico di Tintira (Denderah); credetti di essere, ero realmente nel santuario delle arti e delle scienze. Alla vista di un tale edificio, quante epoche si presentarono alla mia immaginazione? Quanti secoli sono stati necessari per portare una nazione creatrice a simili risultati, a questo livello di sublimità e di perfezione nelle arti?”. Giunto all’inizio del 1799 alla prima cataratta del Nilo ad Assuan (a prossimità dell’attuale Sudan), scoprì in mezzo al fiume le isole di Elefantina e di Filae. A luglio, si bloccò attonito davanti a un rotolo di papiro trovato nella mano di una mummia della Valle dei Re, ad ovest dell’antica Tebe (Karnak e Luxor): “Bisogna essere curioso, amatore e viaggiatore per apprezzare appieno un tale godimento. Mi sentii impallidire; ero senza voce…Non sapevo cosa fare del mio tesoro da quanto avevo paura di distruggerlo; non osavo toccare questo libro, il più antico che finora si conoscesse.”

Viaggio nel Basso e Alto Egitto riporta un’esperienza personale, una realtà vissuta su la propria pelle. Lo sguardo è nuovo, molte immagini sono inedite, il ritmo è quello incalzante di una campagna militare. Niente divisione in capitoli, nessuna scaletta; il testo segue le tappe dell’itinerario.  Il viaggio non è stato un giro turistico, un’avventura giocosa: accanto alle divine bellezze di una civilizzazione scomparsa, tanti morti tra soldati francesi, mamelucchi e contadini egiziani: O Guerra, come sei splendente nella Storia! Ma vista da vicino, come diventi mostruosa, quando non nascondi più l’orrore dei dettagli!. La Francia non era venuta a esportare le idee della Rivoluzione e a liberare dal giogo gli egiziani asserviti alla casta militare dei mamelucchi come aveva proclamato Bonaparte al Cairo, voleva conquistare un territorio per tagliare la strada delle Indie agli inglesi. Paradossalmente, fu sotto la protezione dei militari e grazie agli spostamenti dell’esercito che Denon poté accedere alle bellezze archeologiche dell’Alto Nilo.

Champollion

Il progetto era stato finanziato tramite una sottoscrizione. Al gran sollievo di Denon, i due libri furono accolti con entusiasmo dal pubblico. Le cinquecento prime copie si vendettero in un lampo. Le edizioni successive proposero un formato più piccolo in modo che l’opera risultasse più maneggevole e fosse meno costosa. Nel 1803 il Voyage era già tradotto in inglese, in tedesco e in olandese. Tramite la sua testimonianza vivida e illustrata Denon diffuse il virus dell’egittomania in Europa e fu l’apripista degli studi sull’antico Egitto. Fu il primo a sostenere che l’arte egizia non aveva niente da invidiare all’arte greca: il modello greco non poteva più essere l’unico criterio di riferimento. “Denderah m’insegnò che non bisognava cercare la bellezza architettonica unicamente negli ordini dorico, ionico e corinzio ma che la bellezza esisteva ogni volta che si manifestava l’armonia delle parti.” Anche se i fratelli Champollion lo incontrarono di persona soltanto nel 1721, nel suo appartamento Quai Voltaire, è senza dubbio la trascrizione che fece della scrittura egizia nel Voyage ad aver per prima pungolato la loro curiosità e destato il loro interesse. D’altronde egli stesso aveva augurato che il suo lavoro fosse d’aiuto per sviluppare una ricerca sul significato dei geroglifici. Meno di tre decenni dopo la pubblicazione del Viaggio, nel 1828-1829, la spedizione franco-toscana guidata dal francese “decifratore dei geroglifici nel 1822”, Jean-François Champollion, e da Ippolito Rosellini, il giovane pisano professore di lingue orientali, porrà le fondamenta dell’egittologia.

Passare sotto silenzio la fiaba libertina Point de lendemain/ Senza domani pubblicata nel 1777, renderebbe l’elenco incompleto. Nella Notice historique Anatole France giudica prezioso il racconto di Denon; tuttavia, consiglia ai bibliofili che l’hanno letto e ne possiedono una copia, di non parlarne e di tenerlo sottochiave, lontano dagli sguardi. E questo, come tutti i divieti, dà voglia di contravvenire e spinge a volerne sapere di più…

‍ ‍Joëlle‍ ‍

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